Storia

La Società Italiana di Psichiatria (SIP) discende dalla Società Freniatrica Italiana che fu fondata nel 1873 da Andrea Verga, il famoso neuroanatomo neuropsichiatra. Verga era divenuto Professore di psichiatria in una Cattedra istituita nel 1865 presso l’Ospedale Maggiore di Milano e fu fondatore dell’Appendice Psichiatrica” nella Gazzetta Medica Italiana. Nello stesso ospedale esisteva, dal 1852, e come eredità dei vecchio Ospedale di S. Vincenzo, un reparto psichiatrico; è così che, nel solco della tradizione, nel 1963 (15 anni prima della legge di riforma dei 1978) ricompare nell’Ospedale Maggiore un padiglione, quello di Guardia II, dedicato alle malattie mentali.

La Società Freniatrica si è riunita a Roma, nel Congresso degli Scienziati dei 1873 e successivamente nel 1875, mentre già nel 1873 esisteva un Giornale di Medicina Mentale, organo del manicomio di Palermo. In occasione dei Congresso di Imola dei 1874 fra i temi dibattuti ricordiamo quello sulla “Classificazione uniforme delle malattie mentali” (100 anni prima dei DSM 1) e quello sulla “Invocazione di una legge per mentecatti e manicomi”. Al riguardo Livi presentava delle tavole circa la struttura dei futuri manicomi, che dovevano essere progettati con piccole villette dove si prevedeva anche la possibilità di avvalersi della presenza dei familiari del malato. Nel 1875 Livi, con la collaborazione di Augusto Tamburini e di Enrico Morselli, fondò la Rivista Sperimentale di Freniatria, che fu l’organo della Società.

In occasione della nascita della nuova rivista il Morselli scriveva che:”Al Congresso di Imola era rimasta alquanto frustrata la nostra aspirazione giovanile di vedere la Psichiatria sempre più collegarsi con la Medicina Generale e soprattutto valersi dei progressi allora compiuti dalle scienze biologiche fondamentali, dell’anatomia, istologia e fisiologia”. Questa “aspirazione frustrata” era seguita alla perentoria dichiarazione di A.Verga: “La Psichiatria respinta in quasi tutti gli Atenei italiani come superflua era solo coltivata da pochi”. Peraltro, la tendenza “garantista” della Società all’inizio dei secolo favorì l’orientamento dell’assistenza ai malati mentali nella direzione opposta a quella progettata dal Livi, indirizzandosi alla collocazione degli stessi in istituti omotipici di larghe dimensioni, che presero il nome di manicomi, designazione che rimase sino alla legge di riforma del 1978. La legislazione si svolse secondo linee analoghe, espresse dalla legge del 1904 e dal regolamento del 1909, istituite più a protezione della società di fronte al malato che del paziente di fronte alla malattia. Solo nel 1932 la vecchia Società Freniatrica assunse il nome ufficiale di Società Italiana di Psichiatria con membri illustri come De Sanctis, Cerletti, Donaggio, Mingazzini e G. Cesare Ferrari, pioniere della psicologia in Italia. La maggior parte dei soci erano professori di neurologia e psichiatria e la neurologia dominava il campo di queste discipline. Esistevano sporadiche Cattedre di clinica psichiatrica (Napoli,Torino, Roma, Pisa) poi inglobate, nel 1933, nella clinica delle malattie nervose e mentali. Infatti, il Testo Unico delle leggi sulla Istruzione Superiore del 1933 (relatore on. De Vecchi) indicava la clinica delle malattie nervose e mentali quale disciplina obbligatoria che, nella realtà, aveva sede nelle cliniche neurologiche ove ben poca psichiatria era praticata, mentre i manicomi rimanevano la sola possibilità, per i medici che vi erano dedicati, di seguire i malati mentali. Per questo la Società Italiana di Psichiatria risentiva di tale sperequata situazione, mentre già in altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, le Società di Psichiatria erano autonome e fiorenti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Congresso di Taormina dei 1948 fu forse l’ultima occasione in cui si ebbe una netta prevalenza neurologica, mentre in quello successivo, svoltosi a Genova nel 1959, un numero consistente di psichiatri provenienti dagli ospedali psichiatrici entrò nel consiglio della Società.

La storia della psichiatria è purtroppo prevalentemente connotata dall’isolamento e dal misconoscimento.In effetti, tutta la storia della medicina attesta con quanta difficoltà la psichiatria sia stata accettata nell’alveo generale delle scienze o discipline mediche, ivi ricondotta forzandone il connubio con la neurologia. L’isolamento della psichiatria ha avuto ragioni molteplici, non diverse nei vari paesi e tutte riferibili ad una comune matrice: da un lato la difficoltà a comprendere la causa delle alterazioni dei comportamento suscita un’alta emotività verso i malati psichici e tale sentimento impregna tuttora la Società; dall’altro la ricerca di una giustificazione che taciti il senso di colpa per l’esclusione dei malato induce a ritrovare aree di scarico o un capro espiatorio anche nello stesso Psichiatra. Altri fattori vi concorsero: il decentramento topografico degli ospedali psichiatrici, la loro edilizia abitativa, il loro affollamento, la legislazione e la loro struttura amministrativa separata dal corpo normativo della sanità generale. Dal punto di vista gestionale, l’assistenza ai malati mentali era affidata alle Province, con un corpus di norme del tutto particolari che hanno contribuito a costituire “un mondo” a sé stante, tendenzialmente isolazionista, con scarsi rapporti con la sanità generale ed i mezzi di informazione ad hoc (WHO;WF MH). L’Università non penetrava negli ospedali psichiatrici (OP) che in modo ristretto e sporadico. Tuttavia bisogna ricordare che, sia nelle Cliniche universitarie sia negli OP esistevano nuclei di ricerca, di studio e di esposizione clinica sostenuti da ingegni brillanti. A cominciare da Firenze, dove, sulle orme di Chiarugi, la fiorente scuola di E.Tanzi produsse quella opera egregia che è il “Trattato delle Malattie Mentali” con E. Lugaro, direttore poi a Torino, della Clinica psichiatrica; indi a Roma con Bonfiglio, che intervenne negli studi sulla malattia di Alzheimer, con Cerletti, inventore dell’elettroshock e U. Di Giacomo, a Milano-Affori ancora con Cerletti e G. Perusini, questi direttamente collaborante alla definizione della malattia di Alzheimer; a Torino, con Lugaro e C. Lombroso e a Pisa con G.B. Pellizzi e infine, a Napoli, con L. Bianchi, precursore nello studio della funzione dei lobi frontali nel determinismo dei processi cognitivi, studi che furono poi elaborati da C. Besta. L’evoluzione del pensiero e della prassi psichiatrica, nella seconda metà dei nostro secolo, riceve la sua connotazione più significativa da tre eventi di importanza fondamentale. Il primo di questi, in ordine di esposizione se non di importanza, è la comparsa all’orizzonte terapeutico, nel 1951, degli psicofarmaci. E’ a tutti nota la modificazione che questi strumenti terapeutici hanno indotto nel trattamento degli ammalati mentali nel clima assistenziale e nella facilitazione alle dimissioni. Il secondo evento è la diffusione della teoria psicoanalitica come fenomeno culturale incidente in ambiti anche non strettamente medici e la sua utilizzazione nello studio e nella sperimentazione di tecniche adeguate ad affrontare e curare la sofferenza psichica. Il terzo fattore è l’aumentata sensibilità, nel contesto della comunità, verso i problemi delle malattie mentali, con la spinta verso la psichiatria sociale e della psichiatria di comunità, che ha avuto in Maxwell Jones e in Basaglia dei veri pionieri. Questi eventi provocarono un risveglio di attenzione reciproca tra Psichiatria e Università. Agli inizi degli anni Cinquanta si verifica un importante cambiamento che si potrebbe definire la prima fase di un processo che porterà a una maggiore attenzione verso la psichiatria, con il coinvolgimento anche della Società Italiana di Psichiatria. Il merito originario va fatto risalire ad un eminente studioso italiano, il prof A. Ferraro, emigrato negli Stati Uniti prima della Guerra 1915-18 e professore presso il New York State Psychiatric Institute della Columbia University, il quale esercitò una grande influenza per lo sviluppo di una psichiatria disgiunta dalla neurologia, da realizzare con sedi autonome di insegnamento e di ricerca. Non esisteva, dal 1933 al 1958, un insegnamento ufficiale specifico per la psichiatria, ma solo un “incarico”. Nel 1958, per opera dei prof G.C. Riquier, direttore della Clinica delle malattie nervose e mentali dell’università e dell’Amministrazione provinciale di Milano, nasce la prima Cattedra italiana di psichiatria. Ma la situazione era ambigua: la psichiatria appariva come insegnamento facoltativo e complementare accanto a quello obbligatorio della clinica delle malattie nervose e mentali.

La Cattedra fu ospitata l’anno successivo in un padiglione (“R. Vuoli”) all’esterno dell’OP “Paolo Pini” in Affori, caratterizzato da grandi spazi relazionali, con facilitazione alla comunicazione fra pazienti e fra medici e malati, in un ambiente di aperta vivibilità. Un’altra spinta alla facilitazione dei rapporti e alla comunicazione venne, tra l’altro, dall’apporto di psicoanalisti ortodossi, che si avventurarono nella psicoterapia delle psicosi schizofreniche (E Fornari, M. Moreno). Qui sono state inoltre compiute pionieristiche ricerche in campo biologico (brain imaging e psicofarmaci), che nell’insieme hanno caratterizzato la comparsa di una psichiatria scientifica e clinica fuori del manicomio che si farà sentire poi nel Congresso del 1968. Nello stesso periodo (1962), con la collaborazione di eminenti cattedratici di neuropsichiatria (Belloni, Bolsi, Gozzano, Longo, Riquier) si riesce a far bandire il primo concorso per Cattedre di sola psichiatria, convenzionate con le Amministrazioni provinciali, ma fuori dagli ospedali psichiatrici (Pisa, P Sarteschi; Cagliari, G.C.Reda; Ferrara, G. Campailla) e quindi a far istituire le CattecIre di Bologna, Napoli e Genova. La Società italiana di Psichiatria acquisisce così nuovi soci in istituti neoformati. Tuttavia, perché i trattamenti e l’assistenza avessero efficacia, si richiedeva che essi fossero precoci, rapidi, offerti in un ambiente non discriminante, né socialmente né giuridicamente. Da qui la nostra spinta a proporre la presenza della psichiatria nell’ospedale generale. Si ottenne che nel più importante ospedale, il Policlinico Universitario di Milano, venisse aperto il 18 novembre 1963 un padiglione di psichiatria d’urgenza (Guardia II).

Altra sorgente di dilatazione della Società italiana di Psichiatria fu, seppure indirettamente, la separazione, avvenuta nel 1965 nel corso dei I Congresso di neuropsicofarmacologia, della Scuola di specializza Ione di malattie nervose e mentali in neurologia e psichiatria, fonte di avvicinamento di molti altri medici alla Società Italiana di Psichiatria. Successivamente l’introduzione, nel 1967 all’Università di Milano, del primo insegnamento complementare di psicoterapia, fu un chiaro segno della tendenza espansiva dei riconoscimento della psichiatria che si allargava anche alle aree affini. Nel contempo si agitava un nuovo clima per un migliore riconoscimento di identità dei medici, dei malati e della stessa Società Italiana di Psichiatria. Il Congresso di Milano del 1968 costituì la cassa di risonanza per eventi che stavano investendo la psichiatria e con essa anche la Società Italiana di Psichiatria. L’apertura internazionale acquisita fu notevole e si espresse nel I Congresso internazionale di attività nervosa superiore, che segui quello di psichiatria, in cui furono ospitati gratuitamente numerosi psichiatri dei Paesi dell’Est (Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania ecc.), La presenza di colleghi Psichiatri, Neurologi, Psichiatri infantili fu molto larga e, attraverso i primi, la Società Italiana di Psichiatria conquistò per la prima volta l’accesso alla direzione della sua organizzazione strutturale con suddivisione di posizioni e di compiti fra soci universitari e soci ospedalieri (dal Presidente: C.L. Cazzullo, al Segretario generale: P. Benassi, al Tesoriere: F. Tomasetti che succedettero a G. Gozzano e I. Lo Cascio). La Società si presentò con Sezioni aggregate, alcune delle quali, negli anni futuri, divennero Società indipendenti (per esempio, neuropsichiatria infantile). Nonostante gli sviluppi descritti, negli ospedali psichiatrici persistevano le condizioni fortemente costrittive ed emarginanti dei malati e i progressi scientifici penetravano con difficoltà nei manicomi, sia per cause legate alla loro eccentricità, sia per i vincoli di legge. In quel Congresso, Basaglia sollevò con molto coraggio e lungimiranza il problema di una radicale riforma psichiatrica. Un orientamento al decentramento della popolazione degli OP si era verificato dal 1975 con l’istituzione, in diverse Regioni, di piani di azzonamento in ambiti territoriali. Si registrarono, sospinti dalle nuove idee, diffusi fermenti che si tradussero più o meno rapidamente, in grado maggiore o minore a seconda delle Regioni, in modificazioni dell’assistenza in specie in virtù della legge n. 436 del 1968. Sorsero così le esperienze di Gorizia, Arezzo, Parabiago, Parma e altre. Scossa dal tumultuoso Congresso nazionale del 1968, ove esplose la contestazione, la Società Italiana di Psichiatria elaborò delle ”Linee programmatiche per un nuovo assetto dell’assistenza psichiatrica” che, in collaborazione con l’AMOPI, furono trasferite in un progetto di legge di riforma presentato all’allora ministro della Sanità sen. Ripamonti (1970) che però non vi diede corso. Sostanzialmente le linee del progetto proponevano una programmazione graduale e sistematica e concludevano con le seguenti indicazioni:

1) l’assistenza psichiatrica deve essere inserita nel circuito della sanità generale;

2) si realizza attraverso servizi ospedalieri ed extraospedalieri armonicamente integrati;

3) l’équipe è lo strumento operativo di base;

4) l’assistenza deve essere organizzata nell’ambito di aree territoriali definite.

Un altro grande avvenimento, che ha strettamente interessato anche la Società Italiana di Psichiatria, ha avuto luogo in quegli anni. Nello statuto universitario la psichiatria era ancora indicata come materia complementare e facoltativa e nei concorsi subiva l’interferenza dei neurologi. Dopo cinque anni di tenace lavoro presso le Commissioni Sanità e Istruzione rispettivamente del Senato e della Camera, il Presidente della Società italiana di Psichiatria, a nome della stessa, seguendo il consiglio dell’on. O.L. Scalfaro (allora Vice presidente della Camera), riuscì a far promuovere per via parlamentare la legge n. 238 del 29 aprile 1976 che sanciva l’autonomia della psichiatria dalla neurologia. Entrambe le discipline furono dichiarate fondamentali e obbligatorie per il Corso di laurea in medicina e chirurgia. In virtù di questa legge si sono costituite tutte le Cattedre di psichiatria e sono passate a carico dello Stato anche quelle precedentemente convenzionate con le Amministrazioni provinciali. Di conseguenza l’insegnamento obbligatorio della psichiatria ha consentito la preparazione specifica dei medici, che prima arrivavano alla laurea con nozioni assenti o vaghe sulle malattie mentali. Questo incontro perentorio con la psichiatria ha dato poi più forza e vigore anche ai cambiamenti dell’assistenza e alla posizione degli psichiatri nei servizi. Naturalmente la costituzione di nuove Cattedre di psichiatria e dei relativo personale ha fatto confluire nuovi soci alla Società Italiana di Psichiatria. Continuando lungo l’iter annunciato al Congresso dei 1968, Franco Basaglia e i suoi collaboratori esercitarono un’azione originale e incisiva per una riforma rivoluzionaria e globale, che si tradusse, dopo un iter tormentato, nella legge 180 del 1978. La legge 180 ha avuto ormai conferme nazionali ed internazionali e costituisce la base dell’attuale assistenza. Gli aspetti più importanti di questa riforma sono:

1) ha abrogato le leggi 1904-09

2) ha disposto la chiusura degli OP nel senso di impedire ogni nuovo accoglimento Il provvedimento è di complessa attuazione, ma si sta avviando a completamento;

3) ha allargato il campo dell’assistenza e ha fatto in modo che essa si basasse maggiormente sul diretto contatto con la popolazione;

4) ha incluso la psichiatria nel Servizio sanitario nazionale e l’ha introdotta nella struttura dell’ospedale generale (SPDC);

5) ha fatto sì che l’assistenza si attui a un livello di comunità, affidato ai Centri psicosociali.

La legge di riforma sanitaria del 23 dicembre 1978 ha apportato alla legge 180 poche modifiche, tra cui è molto importante quella che regolamenta i rapporti con l’Università (art. 39). Negli anni seguenti l’applicazione della “180” ha avuto luci ed ombre, ma ha cambiato in modo consistente l’atteggiamento culturale dei paese nei confronti della malattia mentale. D’altro canto, le ombre furono dovute alla resistenza all’attuazione in modo uniforme nelle varie Regioni, alle difficoltà inerenti al problema della cronicità e soprattutto alla mancanza di uno specifico budget. Queste carenze sono state affrontate con la nuova legge di integrazione e con il progetto-obiettivo dei 1994-1996. La Società Italiana di Psichiatria, con la presidenza Balestrieri, ha partecipato attivamente a questi eventi e ha sviluppato, durante questi 19 anni, un’attività coesiva molto importante nella applicazione della ”180″ malgrado alcune ovvie difficoltà. I bisogni delle famiglie sono comunque ancora molto alti e hanno richiamato gli sforzi di varie associazioni, come la DIA.PSI.GRA, l’ARS-Fondazione Legrenzi per l’aiuto alle famiglie, l’UNASAM, la FIS e altre, che si sono costituite dagli anni Ottanta per solidarietà verso le categorie più disagiate dei malati e dei loro parenti. L’attività di Franco Basaglia fu sostenuta dall’Associazione di Psichiatria Democratica con la quale la Società Italiana di Psichiatria ebbe rapporti di reciproco rispetto che si tradussero nel 1992 (presidenza Kemali) in un’azione comune per il miglioramento dell’assistenza. Il movimento di riforma, alla luce storica di questi anni, al di là dei meriti per l’assistenza, ha avuto anche una notevole, positiva influenza sulle modalità di formazione e di educazione nell’ambito dell’insegnamento universitario (De Martis). Per effetto della rivoluzionaria legge di riforma n. 180 le strutture di assistenza psichiatrica si sono trasformate da degenziali in territoriali, arricchendo sempre più di personale i Servizi inerenti. L’aumento degli psichiatri si è riversato sia sulla Società Italiana di Psichiatria, come in parte su Psichiatria Democratica. Analogamente, l’aumento degli Cattedre di psichiatria e materie affini, delle Scuole di specializzazione, dei Dottorati di ricerca nell’area della disciplina hanno richiamato una popolazione di studenti, specializzandi e di docenti, i quali usufruivano di una formazione che si rifletteva poi sui Servizi e documentava il beneficio della provvidenziale legge del 1976. Inoltre, quella popolazione in grande maggioranza si avvicinava con un particolare rapporto alla Società Italiana di Psichiatria e alle sue varie Sezioni.

Un ruolo pionieristico per questo rapporto è storicamente riconosciuto alla Clinica psichiatrica di Milano, ove nel corso di 25 anni si sviluppò uno sforzo sistematico di integrazione, di assistenza, didattica e ricerca, anche attraverso le Riunioni monotematiche internazionali di psichiatria e la collaborazione di Michael Balint. La SIP ha usufruito costantemente di questo locus aperto e disponibile alla collaborazione fra psichiatri di ogni indirizzo (De Caro, 1997). Dal 1958 al 1962 furono create delle Cliniche psichiatriche con la dizione ambigua di insegnamento complementare e di conseguenza con un’area di azione ridotta, specie nell’ambito universitario e assistenziale. Anche la loro allocazione era spesso piuttosto ristretta e precaria, sempre legata a convenzioni con altri Enti (Amministrazioni provinciali, Ospedali, Case di cura). Con la legge dei 1976 non solo fu definita l’autonomia della psichiatria nell’ordinamento didattico, ma fu disposta la costituzione di Cattedre di Stato in tutte le università che ne avessero fatto richiesta. Da qui iI reale fondamento della struttura odierna della psichiatria accademica (R. Rossi). Questo ha consentito lo svolgersi libero e sistematico della “cultura” di una psichiatria che ha usufruito di spazi aperti dalla legge di riforma sanitaria da un lato e, dall’altro, di un obbligato rispetto amministrativo e accademico. La SIP ha subito avvertito questo nuovo ruolo e ha constatato come la base della psichiatria, cioè lo studio dell’uomo nella sua individualità, potesse arricchirsi anche di indirizzi specifici ed originali sotto l’impulso dei fenomeni di progresso psicodinamico, biologico e psicosociale che hanno caratterizzato questo secondo periodo dei nostro secolo. Ecco così che si è arricchita di molte attività negli indirizzi delle singole sedi e cattedre.

La psicofarmacologia ha avuto grande impulso sia al Nord che al Centro e al Sud, unita spesso ad attenti studi psicopatologici e di psichiatria clinica, mentre la psicoterapia ha avuto cultori egregi e di grande finezza anche letteraria nel Nord ed applicatori attenti nel Centro, sotto vari indirizzi, anche di etnopsichiatria. L’indagine sui fenomeni antropologici ha generato specificità nelle isole, sia sotto aspetti anche forensi, sia di fenomenologia del costume. Acquistano particolare evidenza linee di studio epidemiologiche al Nord, anche in rapporto con la Gran Bretagna, unitamente alla pragmatica delle ricerche e delle applicazioni sulla psichiatria nel territorio e di consultazione. Grande interesse, che risale alle origini, è stato dedicato alla biologia psichiatrica che ebbe pubblicate, nel 1974 nel mondo anglosassone, le prime ricerche di immunogenetica nella schizofrenia e che ha a Napoli la presidenza della sua Società e così alla psicofisiologia, alla reflessologia e alla biochimica psicofarmacologica in sedi molteplici dei paese. Un indirizzo terapeutico privilegiato verso la famiglia si è espresso in varie sedi dei Nord, del Centro e del Sud, mentre attività di diffusione della cultura psicopatologica, clinica e psicofarmacoIogica sono praticate al Centro, al Sud ed al Nord. Le sedi universitarie hanno, come è noto, l’obbligo statutario di provvedere a didattica, ricerca scientifica e assistenza. Questa sorta di contestualità di azione ha risentito delle difficoltà date da collocazioni in sedi spesso troppo ristrette per l’assistenza. Queste varie attività hanno dato vita a molte sezioni speciali della SIP ed hanno richiamato nella stessa una numerosa schiera di giovani cultori che, non di rado, proprio nelle manifestazioni culturali della Società (convegni, meeting selettivi, tavole rotonde) trovano la possibilità di ricevere e di esporre informazioni sulla disciplina di base. Altrettanto ricca di fervore è stata l’attività che la Società ha risvegliato nel partecipanti appartenenti a diversi Servizi territoriali i quali, tra l’altro, si sono sviluppo. pati in modo sempre più vasto.

La politica della SIP ha avuto, negli ultimi anni, un progetto imperativo configurato nella richiesta continua al ministero della Sanità di un aumento costante degli organici dei personale. In effetti, per far fronte alle esigenze di una prassi di assistenza territoriale, il travaso di una parte dei personale degli OP agli attuali Servizi era, tra l’altro, dei tutto insufficiente. Si è assistito, come conseguenza, ad un notevole incremento dei soci SIP provenienti da questo settore, nettamente prevalente rispetto a quello universitario. Il rilievo più importante e di certo probativo dell’attività della SIP è stato quello relativo alla serie di iniziative pragmatiche, oltre che culturali, del mondo dei Servizi. Così in analogia a quanto prima esposto per l’Università, si riconoscono alcune caratteristiche di azione espresse dai vari Servizi territoriali. L’organizzazione integrata extra ed intramurale dell’assistenza è praticata con impegno ormai da una serie numerosa di Servizi sia al Nord sia nelle Regioni dei Centro e dei Sud. Due attività sono da menzionare come privilegiate: quella dedicata alla riabilitazione psicosociale, che ha in Trieste l’espressione più originale ed esemplificativa e che ha attratto ormai quasi tutte le Regioni, e quella di diffusione dell’informazione su temi specifici, quali i costi e le modalità amministrative dell’assistenza (Piemonte), quella dell’educazione sistematica (Emilia Romagna), quella sensibile a fenomeni particolari quali la tossi cod i pendenza ed altre ancora. Tra le attività culturali alcune hanno un pregio notevole, sia in campo nazionale che internazionale, come ad esempio quelle sul rapporto medico-paziente, affrontato sotto l’aspetto puramente fenomenologico, oltre che espositivo e applicativo. Un altro punto importante dei ruolo svolto dai Servizi riguarda le modalità di applicazione e di sviluppo delle norme attuali dell’assistenza (legge 1994-96) del progetto-obiettivo. Iniziativa questa coordinata dalla presidenza Scapicchio e che deve tenere conto anche dell’art. 39 della legge di riforma del 1978 per l’impegno reciproco dovuto all’Università. Infine, nella fase di evoluzione dell’assistenza, sono da ricordare le situazioni più “assediate” dai vecchi sistemi. Un esempio ammirevole è la trasformazione dell’Ospedale di S. Maria della Pietà in Roma, ad opera della intelligente generosità di Losavio, e un’iniziativa altrettanto pregevole come il Centro di Riabilitazione con attività pittorica costituito nell’ex OP di Affori (A. Guerrini,T. Melorio).

La partecipazione dei soci dei Servizi alla vita della SIP è dimostrata inoltre dalle attività delle Sezioni regionali, nella loro autonomia sia di realizzare convegni e corsi di formazione, sia di costituire, con i loro soci, Sezioni speciali (per esempio psichiatria sociale). La contestualità dell’azione fra sedi universitarie e Servizi territoriali è di certo molto più penetrante che nel passato, anche per un intelligente effetto della legge di riforma e si potrebbe esprimere nel senso che il patrimonio della cultura, della prassi assistenziale, della ricerca, è, e deve essere patrimonio comune. Negli anni dopo il 1968 i congressi della SIP hanno avuto via via una sensibilità sempre maggiore ai mutamenti che si stavano svolgendo nella comunità. Così il congresso di Bologna dei 1976 vide da un lato l’esortazione dei prof. C. Gentili a guardarsi “dall’abbraccio mortale con la neurologia” e dall’altro una contestazione verso l’Università. Fu completato con quello di Roma con la nomina a Presidente dei prof. A. Balestrieri. Il congresso successivo di Napoli (prof. D. Kemali) avvertì più intensamente le richieste di un mutamento nell’assistenza psichiatrica. In questa direzione si svolse il Congresso di Catania (prof. V. Rapisarda, 1980) che vide la nomina a Presidente del prof. Rinaldi e quindi una ripresa di partecipazione dei soci al Congresso di Cagliari (prof.ssa N. Rudas, 1982), ove fu rinominato presidente il prof C.L. Cazzullo. Da Cagliari al Congresso di Milano (1985), con una numerosa e qualificata partecipazione internazionale, l’attività della Società Italiana di Psichiatria si sviluppò considerevolmente anche perché a questo indirizzo di incremento dei rapporti interni ed esterni alcune sedi, fra cui quelle di Milano, Torino, Roma, L’Aquila, Pisa, Napoli, hanno dato, specie negli anni 1980-1990, un notevole impulso sia nell’ambito scientifico sia nei rapporti internazionali, consentendo alla Società Italiana di Psichiatria di essere presente nel Comitato esecutivo della WPA e delle maggiori organizzazioni internazionali. Vai qui la pena di ricordare, in un excursus storico, l’iniziativa dei tre Congressi al Nord, al Centro e al Sud e tra questi particolarmente quelli di Gardone e di Spoleto nel decennale dello legge di riforma (1978-1988), organizzati soprattutto dal Vice presidente Scapicchio, dove l’azione del Presidente Cazzullo testimoniò la collaborazione fattiva della Società Italiana di Psichiatria nell’attuazione della legge 180 e soprattutto della comunione di rispetto e di intenti sia fra le due componenti (territoriale ed universitaria) della Società Italiana di Psichiatria, sia con la Società di Psichiatria Democratica.

La finalità di mantenere le forze operative congiunte e comunicanti è stato il fine precipuo della presidenza. Quella iniziativa ha rappresentato una svolta molto importante per la psichiatria italiana (P.M. Furlan, 1997). In effetti il Congresso di Roma dei 1989, malgrado alcuni sommovimenti, confermò l’indirizzo unitario della Società Italiana di Psichiatria e il riconoscimento della essenzialità delle due componenti. Nello stesso tempo si rese evidente la necessità di una più complessa organizzazione funzionale. I consiglieri ebbero quindi indicati compiti precisi e diverse Commissioni furono istituite. L’impegno con la World Psychiatric Association si fece più stretto per la nomina nello stesso anno ad Atene, dei Presidente Cazzullo nel frattempo rieletto, a membro dei Comitato esecutivo della WPA. Era ovvio che una simile prassi portasse nuovi soci alla Società ed infatti il notevole Congresso dei 1991 a Salsomaggiore ha indicato il valore del nuovo corso della psichiatria italiana, radunando oltre 1.500 partecipanti, psichiatri dei Servizi territoriali ed universitari, soci e frequentatori, alla presenza delle maggiori Autorità straniere, il Presidente della WPA, prof. J.A. Costa Y Silva, e il Presidente eletto prof. F. Liemak. Il Congresso, inoltre, si è caratterizzato per le seguenti realtà: 1) per la prima volta gestione diretta della Società Italiana di Psichiatria del suo Congresso nazionale, anche al fine di facilitare sia la massima partecipazione dei soci sia il controllo amministrativo dell’impresa, che raggiunse un utile finale cospicuo; 2) gli iscritti alla Società italiana di Psichiatria sono divenuti oltre 5.000; 3) in occasione dell’Assemblea generale è stato preventivamente raggiunto un accordo per mantenere negli organi direttivi un numero pari ed equilibrato fra i soci “universitari” e quelli “dei Servizi”; 4) dato lo sviluppo scientifico e organizzativo della Società Italiana di Psichiatria si è convenuto di provvedere alla stesura di un nuovo statuto. Si è constatato l’eccezionale incremento dei membri della Società Italiana di Psichiatria da 661 (Cagliari, 1982) a circa 5.000 unità nel periodo 1982-1991, gli anni in cui l’applicazione e la integrazione della legge 180 sono state più fertili. Durante il Congresso del 1991 sono state apportate modifiche allo statuto e si è avuta particolare presenza di giovani. La storia ulteriore si è continuata con il Congresso di Riccione (1994) dedicato in ispecie ai trattamenti con una marcata presenza della farmacoterapia.

Praticamente ora la grande maggioranza degli psichiatri è iscritta alla Società Italiana di Psichiatria che riunisce il 30% dei colleghi provenienti dalle Università ed il 70% dai Servizi territoriali. Attualmente la Società Italiana di Psichiatria raccoglie quasi 8000 soci. Entrambe le componenti partecipano alle decisioni riguardanti le attività di salute mentale e gli indirizzi di formazione e di informazione.